Oreste
(Tragedia, greca, c. 407 a.C., 1.629 versi)
Introduzione | Sinossi | Analisi | Risorse
Introduzione «Oreste» è una tragedia tarda del drammaturgo greco antico Euripide, presentata per la prima volta nel 408 a.C. Continua la storia di Oreste dopo gli eventi del pezzo di Euripide «Elettra», mentre cerca di liberarsi dal tormento delle Furie dopo l’uccisione della madre, e di ottenere l’assoluzione dai tribunali terreni per le sue azioni.
Sinossi
Dramatis personae
- ELETTRA, figlia di Agamennone e Clitennestra
- ELENA, moglie di Menelao
- CORO DI FANCIULLE ARGIVE
- ORESTE, fratello di Elettra
- MENELAO, fratello di Agamennone, re di Argo
- PILADE, amico di Oreste
- MESSAGGERO, già servo di Agamennone
- ERMIONE, figlia di Menelao e Elena
- UN EUNUCO FRIGIO, al seguito di Elena
- APOLLO
- TINDARO, padre di Clitennestra
Il pezzo si apre con un soliloquio di Elettra, davanti al palazzo di Argo, che delinea gli eventi che hanno portato a questo punto, mentre il fratello tormentato Oreste giace addormentato. Spiega come Oreste abbia ucciso la madre Clitennestra per vendicare la morte del padre Agamennone per mano sua (su consiglio del dio Apollo), e come, nonostante la profezia precedente di Apollo, Oreste si trovi ora tormentato dalle Erinni (o Furie) per il matricidio, l’unica persona capace di calmarlo nella follia essendo Elettra stessa.
A complicare ulteriormente le cose, una fazione politica di punta di Argo vuole mettere a morte Oreste per l’omicidio, e ora l’unica speranza di Oreste giace nello zio Menelao, che è appena tornato con la moglie Elena (sorella di Clitennestra) dopo dieci anni a Troia e poi diversi altri anni a accumulare ricchezze in Egitto.
Oreste si sveglia, ancora folle per le Furie, proprio mentre Menelao arriva al palazzo. I due uomini e Tindaro (nonno di Oreste e suocero di Menelao) discutono l’omicidio di Oreste e la follia risultante. L’insensibile Tindaro castiga aspramente Oreste, che poi implora Menelao di parlare a suo favore davanti all’assemblea argiva. Tuttavia anche Menelao alla fine evita e respinge il nipote, non volendo compromettere il potere precario tra i greci, che ancora lo biasimano, lui e la moglie, per la guerra di Troia.
Pilade, miglior amico di Oreste e complice nell’uccisione di Clitennestra, arriva dopo l’uscita di Menelao, e lui e Oreste discutono le opzioni. Vanno a perorare la causa davanti all’assemblea cittadina per evitare l’esecuzione, ma senza successo.
Con l’esecuzione ormai apparentemente certa, Oreste, Elettra e Pilade formulano un piano disperato di vendetta contro Menelao per aver loro voltato le spalle. Per infliggere la maggiore sofferenza, progettano di uccidere Elena e Ermione (la giovane figlia di Elena e Menelao). Tuttavia, quando vanno a uccidere Elena, ella scompare miracolosamente. Uno schiavo frigio di Elena è colto mentre fugge dal palazzo e, quando Oreste gli chiede perché dovrebbe risparmiargli la vita, è vinto dall’argomento del frigio che gli schiavi, come i liberi, preferiscono la luce del giorno alla morte, e gli è permesso di fuggire. Catturano però con successo Ermione, e quando Menelao rientra c’è uno stallo tra lui e Oreste, Elettra e Pilade.
Proprio mentre sta per scorrere altro sangue, Apollo arriva in scena a rimettere tutto in ordine (nel ruolo del «deus ex machina»). Spiega che Elena scomparsa è stata posta tra le stelle, che Menelao deve tornare a casa a Sparta e che Oreste deve andare ad Atene a stare a giudizio all’Areopago, dove sarà assolto. Inoltre Oreste deve sposare Ermione, mentre Pilade sposerà Elettra.
Analisi
Nella cronologia della vita di Oreste, questo pezzo si colloca dopo gli eventi contenuti in pezzi come la «Elettra» e «Elena» di Euripide nonché le «Coefore» di Eschilo, ma prima degli eventi nell’«Andromaca» di Euripide e nelle «Eumenidi» di Eschilo. Può essere visto come parte di una trilogia approssimativa tra la sua «Elettra» e l’«Andromaca», sebbene non fosse pianificata come tale.
Alcuni hanno argomentato che le tendenze innovative di Euripide raggiungono l’apice in «Oreste» e ci sono di certo molte sorprese drammatiche innovative nel pezzo, come il modo in cui non solo sceglie liberamente varianti mitiche a suo scopo, ma pure unisce i miti in modi del tutto nuovi e aggiunge liberamente al materiale mitico. Per esempio, porta il ciclo mitico di Agamennone–Clitennestra–Oreste a contatto con gli episodi della guerra di Troia e del suo seguito, e fa pure tentare a Oreste l’omicidio della moglie di Menelao, Elena. Nietzsche è citato a dire che il mito morì nelle mani violente di Euripide.
Come in molti suoi pezzi, Euripide usa la mitologia dell’età del Bronzo per fare punti politici sulla politica dell’Atene contemporanea negli anni calanti della guerra del Peloponneso, quando sia Atene sia Sparta e tutti i loro alleati avevano subito perdite tremende. Quando Pilade e Oreste formulano un piano verso l’inizio del pezzo, criticano apertamente la politica partigiana e i leader che manipolano le masse per risultati contrari al miglior interesse dello Stato, forse una critica velata alle fazioni ateniesi del tempo di Euripide.
Data la situazione nella guerra del Peloponneso, il pezzo è stato visto come sovversivo e fortemente anti-guerra. Alla chiusura del pezzo Apollo afferma che la pace va riverita più di tutti gli altri valori, un valore pure incarnato nel risparmiare di Oreste la vita dello schiavo frigio (l’unica supplica riuscita dell’intero pezzo), ribadendo che la bellezza della vita trascende tutti i confini culturali, si sia schiavi o liberi.
È, però, pure un pezzo molto cupo. Oreste stesso è presentato come piuttosto instabile psicologicamente, con le Furie che lo inseguono ridotte a fantasmi della sua immaginazione mezzo-pentita e delirante. L’assemblea politica di Argo è ritrattata come una folla violenta, che Menelao paragona a un fuoco inestinguibile. I legami familiari sono visti di poco valore, poiché Menelao non aiuta il nipote, e Oreste in cambio progetta una vendetta drastica, fino all’omicidio della giovane cugina Ermione.
Inoltre, come in alcuni altri pezzi, Euripide sfida il ruolo degli dèi e, forse più appropriatamente, l’interpretazione umana della volontà divina, notando che la superiorità degli dèi non sembra renderli particolarmente equi o razionali. A un certo punto, per esempio, Apollo afferma che la guerra di Troia fu usata dagli dèi come metodo per purgare la terra di un’eccedenza arrogante di popolazione, una razionale dubbia nel migliore dei casi. È pure messo in discussione il ruolo della cosiddetta legge naturale: quando Tindaro argomenta che la legge è fondamentale per la vita degli uomini, Menelao ribatte che l’obbedienza cieca a qualsiasi cosa, pure alla legge, è la risposta di uno schiavo.
Risorse
- Traduzione inglese di E. P. Coleridge (Internet Classics Archive): https://classics.mit.edu/Euripides/orestes.html
- Versione greca con traduzione parola per parola (Perseus Project): https://www.perseus.tufts.edu/hopper/text.jsp?doc=Perseus:text:1999.01.0115














