Medea (Euripide)

Medea (gr. Mēdeia) è una tragedia del drammaturgo greco antico Euripide, basata sul mito di Giasone e Medea, e in particolare sulla vendetta di Medea contro Giasone per averla tradita con un’altra donna. Spesso considerata l’opera migliore e più popolare di Euripide e una delle grandi tragedie del canone occidentale, ottenne solo il terzo premio quando fu presentata alle Dionisie del 431 a.C., insieme alle opere perdute Filottete, Dictys e Theristai.

(Tragedia, greca, 431 a.C., 1.419 versi)

Sinossi

Dramatis personae

  • NUTRICIA DI MEDEA
  • PEDAGOGO DEI FIGLI DI MEDEA
  • MEDEA
  • CORO DI DONNE CORINZIE
  • CREONTE, re di Corinto
  • GIASONE
  • EGEO, re di Atene
  • MESSAGGERO

Giasone e Medea, dipinto di John William Waterhouse

Dopo le avventure del Vello d’oro, l’eroe greco Giasone portò in esilio a Corinto la moglie Medea. Poi la lasciò, cercando di avanzare nelle ambizioni politiche sposando Glauce, figlia del re Creonte di Corinto.

La tragedia si apre con Medea che piange la perdita dell’amore del marito. La nutrice anziana e il Coro delle donne corinzie (in genere solidali con la sua sorte) temono ciò che possa fare a sé o ai figli. Il re Creonte, temendo anch’egli Medea, la bandisce, dichiarando che lei e i figli devono lasciare Corinto subito. Medea implora misericordia e ottiene una proroga di un giorno: tutto ciò che le serve per estrarre la vendetta.

Giasone arriva e tenta di giustificarsi. Dice di non amare Glauce ma di non poter rinunciare all’occasione di sposare una principessa ricca e reale (Medea viene dalla Colchide nel Caucaso ed è considerata una strega barbara dai Greci), e afferma di sperare un giorno di unire le due famiglie e tenere Medea come amante. Medea e il Coro non gli credono. Gli ricorda di aver lasciato il proprio popolo per lui, uccidendo il fratello per amor suo, così da non poter più tornare a casa. Gli ricorda anche di averlo salvato e di aver ucciso il drago che custodiva il Vello d’oro, ma egli resta impassibile e si limita a offrirle doni per placarla. Medea lascia intendere cupamente che possa vivere per pentirsene, e pianifica in segreto di uccidere sia Glauce sia Creonte.

Medea, dipinto di Frederick Sandys

Medea riceve poi la visita di Egeo, re senza figli di Atene, che chiede alla rinomata maga di aiutare la moglie a concepire un figlio. In cambio Medea chiede protezione e, sebbene Egeo non conosca i piani di vendetta, le promette rifugio se riuscirà a fuggire ad Atene.

Medea confida al Coro il piano di avvelenare una veste d’oro (cimelio di famiglia e dono del dio sole Elio) che crede la vana Glauce non potrà resistere a indossare. Decide di uccidere anche i propri figli, non perché abbiano fatto nulla di male, ma come il modo migliore che la mente torturata riesca a immaginare per ferire Giasone. Richiama Giasone, finge di scusarsi e invia la veste e la corona avvelenate in dono a Glauce, con i figli come portatori.

Mentre Medea riflette sulle proprie azioni, arriva un messaggero a raccontare il successo selvaggio del piano. Glauce è morta per la veste avvelenata e Creonte è morto per il veleno mentre tentava di salvarla: figlia e padre muoiono in un dolore atroce. Lei lotta con se stessa se riesca a uccidere anche i figli, parlando loro con amore in una scena commovente e agghiacciante. Dopo un momento di esitazione, finisce per giustificarlo come modo di salvarli dalla ritorsione di Giasone e della famiglia di Creonte. Mentre il Coro delle donne lamenta la decisione, si odono le urla dei bambini. Il Coro considera di intervenire, ma alla fine non fa nulla.

Medea, una scena della tragedia greca

Giasone scopre l’omicidio di Glauce e Creonte e corre sulla scena per punire Medea, solo per apprendere che anche i figli sono stati uccisi. Medea appare sul carro di Artemide, con i cadaveri dei figli, deridendo e esultando sul dolore di Giasone. Profetizza una cattiva fine anche per Giasone prima di fuggire verso Atene con i corpi. La tragedia si chiude con il Coro che lamenta che mali così tragici e inattesi possano derivare dalla volontà degli dèi.

Analisi

Sebbene la tragedia sia oggi considerata una delle grandi opere dell’antica Grecia, il pubblico ateniese non reagì così favorevolmente all’epoca e le assegnò solo il terzo premio (su tre) alle Dionisie del 431 a.C., aggiungendo un’altra delusione alla carriera di Euripide. Ciò può essersi dovuto ai cambiamenti estesi che Euripide apportò alle convenzioni del teatro greco, includendo un coro indeciso, criticando implicitamente la società ateniese e mostrando poco rispetto per gli dèi.

Il testo fu perduto e poi riscoperto a Roma nel I secolo d.C., e fu poi adattato dai tragediografi romani Ennio, Lucio Accio, Ovidio, Seneca il Giovane e Hosidius Geta, tra gli altri. Fu riscoperto di nuovo nell’Europa del XVI secolo e ha ricevuto molte rielaborazioni nel teatro del XX secolo, in particolare il Médée di Jean Anouilh del 1946.

Come per la maggior parte delle tragedie greche, l’opera non richiede cambi di scena e si svolge tutta all’esterno della facciata del palazzo di Giasone e Medea a Corinto. Gli eventi che avvengono fuori scena (come le morti di Glauce e Creonte e l’omicidio dei figli da parte di Medea) sono descritti in discorsi elaborati di un messaggero, piuttosto che recitati davanti al pubblico.

Sebbene nei testi delle tragedie greche non ci siano praticamente indicazioni di scena, l’apparizione di Medea su un carro trainato da draghi verso la fine (alla maniera di un deus ex machina) sarebbe stata probabilmente realizzata con una costruzione sul tetto della skene o sospesa da una mechane, una specie di gru usata nei teatri greci antichi per le scene di volo.

La tragedia esplora molti temi universali: passione e rabbia (Medea è una donna di comportamento ed emozione estremi, e il tradimento di Giasone ha trasformato la sua passione in rabbia e distruzione smodata); vendetta (Medea è disposta a sacrificare tutto per rendere perfetta la vendetta); grandezza e orgoglio (i Greci erano affascinati dalla linea sottile tra grandezza e hybris, o orgoglio, e dall’idea che gli stessi tratti che rendono grande un uomo o una donna possano portarli alla rovina); l’Altro (si enfatizza la straniera esotica di Medea, resa ancora peggiore dallo status di esule, sebbene Euripide mostri che l’Altro non è esclusivamente esterno alla Grecia); intelligenza e manipolazione (Giasone e Creonte tentano entrambi la manipolazione, ma Medea è maestra, giocando perfettamente sulle debolezze e i bisogni di nemici e amici); e giustizia in una società ingiusta (soprattutto per le donne).

Alcuni l’hanno vista come una delle prime opere del femminismo, con Medea come eroina femminista. Il trattamento del genere da parte di Euripide è il più sofisticato tra gli scrittori greci antichi, e il discorso di apertura di Medea al Coro è forse l’affermazione più eloquente della letteratura greca classica sulle ingiustizie che colpiscono le donne.

Il rapporto tra Coro e Medea è uno dei più interessanti di tutto il dramma greco. Le donne sono alternativamente inorridite e affascinate da Medea, vivendo per procura attraverso di lei. La condannano e la compatiscono per gli atti orribili, ma non intervengono. Potente e senza paura, Medea rifiuta di essere torta dagli uomini, e il Coro non può fare a meno di ammirarla mentre, vendicandosi, vendica tutti i crimini commessi contro l’intero sesso femminile. Non ci è permesso, come nell’Orestea di Eschilo, consolarci con il ripristino dell’ordine maschile: Medea espone quell’ordine come ipocrita e vile.

Nel personaggio di Medea vediamo una donna la cui sofferenza, invece di nobilitarla, l’ha resa un mostro. È fieramente orgogliosa, astuta e freddamente efficiente, non disposta a concedere ai nemici alcun tipo di vittoria. Vede attraverso le false pietà e i valori ipocriti dei nemici e usa la loro stessa bancarotta morale contro di loro. La vendetta è totale, ma costa tutto ciò che le è caro. Uccide i propri figli in parte perché non sopporta il pensiero di vederli feriti da un nemico.

Giasone, d’altra parte, è raffigurato come un uomo condiscendente, opportunista e senza scrupoli, pieno di autoinganno e di una compiaciuta arroganza ripugnante. Anche gli altri personaggi maschili principali, Creonte ed Egeo, sono deboli e paurosi, con pochi tratti positivi di cui parlare.

Risorse

Creato: 25 ottobre 2024

Modificato: 25 dicembre 2024