Le Coefore
(Tragedia, greca, 458 a.C., 1.076 versi)
Introduzione
«Le Coefore» (gr. «Choephoroi») è la seconda delle tre tragedie collegate che compongono la trilogia «L’Orestea» del drammaturgo greco antico Eschilo, preceduta da «Agamennone» e seguita da «Le Eumenidi». La trilogia nel suo insieme, rappresentata originariamente alle Dionisie annuali di Atene nel 458 a.C., dove vinse il primo premio, è considerata l’ultima opera autenticata di Eschilo, e pure la sua più grande. «Le Coefore» trattano della riunione dei figli di Agamennone, Elettra e Oreste, e della loro vendetta mentre uccidono Clitennestra ed Egisto in un nuovo capitolo della maledizione della Casa di Atreo.
Sinossi
Alcuni anni dopo l’assassinio di Agamennone, Clitennestra (che ora condivide sia il letto sia il trono di Argo con l’amante Egisto) ha un incubo di partorire un serpente che poi si nutre dal suo seno e trae sangue insieme al latte. Preoccupata per la possibile ira degli dèi, ordina alla figlia Elettra (ora ridotta allo status virtuale di schiava) e al Coro di donne schiave — le portatrici di libagioni del titolo — di versare libagioni sulla tomba di Agamennone come offerta agli dèi. Il Coro, prigioniere di guerre antiche e leali a Oreste ed Elettra, è fortemente opposto a Clitennestra ed Egisto, e ha un ruolo cruciale nello spiegare la cospirazione che si dispiega.
Alla tomba del padre, Elettra incontra il fratello Oreste, di recente tornato (bandito dal regno fin dall’infanzia dalla madre paranoica). Oreste si identifica col serpente del sogno della madre, e i due fratelli pianificano di vendicare il padre uccidendo la madre ed Egisto, come Apollo stesso gli ha comandato.
Oreste e l’amico d’infanzia Pilade fingono di essere comuni viaggiatori di Focide che chiedono ospitalità al palazzo di Argo. Portano la falsa notizia che Oreste è morto, e ottengono l’ingresso al palazzo. La vecchia nutrice di Oreste, Cilissa, è mandata a chiamare Egisto a vedere i visitatori, e il Coro la persuade ad assicurarsi che venga da solo, così Oreste lo sopraffa facilmente e lo uccide. Benché la copertura sia saltata, Oreste afferra la madre Clitennestra e minaccia di ucciderla. Lei avverte Oreste che se la uccide sarà maledetto, ma Oreste non si lascia smuovere e (persuaso al compito da Apollo e Pilade, nonostante i dubbi) uccide Clitennestra.
Proclama che la giustizia è stata servita e cerca di giustificare le proprie azioni. Ma poi appaiono le Erinni (Furie), visibili solo a Oreste, e lo maledicono per aver ucciso la madre, per loro un crimine ben più grave del crimine di Clitennestra nell’uccidere il marito. Afferrato da una follia per le proprie azioni, e perseguitato dalle Erinni, Oreste fugge da Argo.
Analisi
«L’Orestea» (che comprende «Agamennone», «Le Coefore» e «Le Eumenidi») è l’unico esempio superstite di una trilogia completa di tragedie greche antiche (un quarto pezzo, che sarebbe stato rappresentato come finale comico, un dramma satiresco chiamato «Proteo», non è sopravvissuto). Fu originariamente rappresentata alle Dionisie annuali di Atene nel 458 a.C., dove vinse il primo premio.
In tutta «L’Orestea», Eschilo usa molte metafore e simboli naturalistici, come cicli solari e lunari, notte e giorno, tempeste, venti, fuoco, ecc., per rappresentare la natura oscillante della realtà umana (bene e male, nascita e morte, dolore e felicità, ecc.). C’è pure una quantità significativa di simbolismo animale nelle tragedie, e gli umani che dimenticano come governarsi con giustizia tendono a essere personificati come bestie.
Eschilo sembra porre una certa enfasi sulla debolezza naturale delle donne nelle sue tragedie. In «Le Coefore», la vulnerabilità delle donne si mostra attraverso Elettra e il Coro di schiave, e l’usurpatrice Clitennestra è contrapposta alla legittima autorità maschile, incarnata prima in Agamennone e poi in Oreste. Il più tradizionale Eschilo non tenta le dinamiche maschio-femmina più equilibrate a volte mostrate da Euripide.
Altri temi importanti coperti dalla trilogia includono: la natura ciclica dei crimini di sangue (l’antica legge delle Erinni impone che il sangue debba essere pagato col sangue in un ciclo di rovina senza fine, e la sanguinosa storia passata della Casa di Atreo continua a influenzare gli eventi generazione dopo generazione in un ciclo auto-perpetuante di violenza che genera violenza); la mancanza di chiarezza tra giusto e sbagliato (Agamennone, Clitennestra e Oreste affrontano tutti scelte morali impossibili, senza un giusto e uno sbagliato netti); il conflitto tra i vecchi e i nuovi dèi (le Erinni rappresentano le leggi antiche e primitive che esigono vendetta di sangue, mentre Apollo, e in particolare Atena, rappresentano il nuovo ordine di ragione e civiltà); e la natura difficile dell’eredità (e le responsabilità che porta con sé).
C’è pure un aspetto metaforico sottostante all’intero dramma: il passaggio dall’antica giustizia fai-da-te per vendetta personale o faida all’amministrazione della giustizia per processo (sanzionata dagli dèi stessi) attraverso la serie di pezzi, simboleggia il passaggio da una società greca primitiva governata dagli istinti a una società democratica moderna governata dalla ragione. La tensione tra tirannia e democrazia, tema comune nel dramma greco, è palpabile in tutte e tre le tragedie.
Alla fine della trilogia, Oreste è visto come la chiave, non solo per porre fine alla maledizione della Casa di Atreo, ma pure per porre le basi di un nuovo passo nel progresso dell’umanità. Così, sebbene Eschilo usi un mito antico e ben noto come base della sua «Orestea», lo affronta in un modo nettamente diverso dagli altri scrittori che lo precedettero, con la propria agenda da trasmettere.
Risorse
- Traduzione inglese di E. D. A. Morshead (Internet Classics Archive)
- Versione greca con traduzione parola per parola (Perseus Project)













