Ecclesiazusae
(Commedia, greca, 392 a.C., 1.183 versi)
Introduzione
«Ecclesiazusae» (gr. «Ekklesiazousai»), nota pure coi titoli «Le donne all’assemblea», «Le donne in parlamento» e simili, è una commedia tarda del drammaturgo greco antico Aristofane, del 392 a.C. Affine tematicamente a «Lisistrata», in cui gran parte della comicità viene dalle donne che si immischiano in politica, la pièce è una satira su un’utopia comunista imposta dalle donne di Atene sotto la guida di Prassagora.
Sinossi
Dramatis personae
- PRASSAGORA
- BLEPIRO, marito di Prassagora
- DONNE
- UN UOMO
- CREMETE
- UN CITTADINO
- ARALDO
- UNA RAGAZZA
- UN GIOVANE
- TRE VECCHIE
- UNA SERVA di Prassagora
- CORO DI DONNE
Un gruppo di donne, guidato dalla saggia e formidabile Prassagora, ha deciso che le donne di Atene devono convincere gli uomini a dare loro il controllo della città, convinte di poterlo fare meglio. Travestite da uomini, le donne si infiltrano nell’assemblea e ottengono la maggioranza dei voti necessari a far passare le proposte rivoluzionarie, convincendone pure alcuni uomini a votare a favore perché è l’unica cosa che non hanno ancora provato.
Una volta al potere, Prassagora si rende conto di dover escogitare proposte nuove e radicali. Lei e le altre donne istituiscono allora un governo di tipo comunista in cui lo Stato nutre, alloggia e in generale si prende cura di ogni ateniese. Sia le proprietà sia le donne devono d’ora in poi essere in comune, e impongono un’idea di uguaglianza permettendo a ogni uomo di dormire con ogni donna, purché prima dorma con una donna brutta prima di poterlo fare con una bella.
Tutti gli schiavi devono essere di proprietà pubblica e svolgere il lavoro oggi fatto dai poveri, lasciando tutti gli altri a vivere di ozio. Tutte le case private devono essere abbattute e fuse in un’abitazione comunale e tutti i cittadini devono pranzare a spese pubbliche nelle varie sale pubbliche della città, il posto di ciascuno determinato a sorte.
La pièce si chiude con un banchetto comunale gigantesco (il cui menu elaborato è dato in burlesque) e con il giubilo delle donne per i loro trionfi.
Analisi
«Ecclesiazusae» fu scritta verso la fine della vita di Aristofane, intorno al 392 a.C., dopo un vuoto di 13 anni nella nostra conoscenza della sua opera (sebbene continuasse a scrivere in quel periodo, le opere sono tutte perdute). Non è considerata una delle sue migliori, e forse manca dell’arguzia e dell’ingegnosità di «Lisistrata», la pièce a cui più assomiglia.
Fu scritta dopo la perdita della guerra del Peloponneso con Sparta nel 404 a.C., il breve regno del terrore sotto i Trenta Tiranni, la restaurazione della democrazia sotto Trasibulo nel 403 a.C., il processo e l’esecuzione di Socrate nel 399 a.C., e l’inizio di una nuova guerra con Corinto nel 395 a.C. La cosiddetta Età d’oro di Atene era dunque da tempo finita quando questa pièce veniva scritta. Benché una forma di democrazia fosse stata ristabilita, l’idea di donne che partecipano alla politica e alla cittadinanza, e lo stesso titolo «Le donne dell’assemblea», sarebbero stati considerati un oxymoron divertente dal pubblico maschile greco.
La «Repubblica» di Platone era stata scritta, e probabilmente tenuta in forma di lezioni orali ad Atene, solo due o tre anni prima (anche se non fu pubblicata ufficialmente che circa vent’anni dopo), e aveva senza dubbio suscitato sensazione. «Ecclesiazusae» è dunque probabilmente almeno tanto una satira sull’idea di una repubblica ideale fondata su principi comunisti, quanto sull’idea delle donne in politica. Le utopie aristofanea e platonica condividono molti aspetti, inclusa la comunità dei beni, la comunità delle donne e l’uguaglianza sessuale. L’obiettivo di Prassagora, però, a differenza di quello di Platone, è una democrazia accresciuta.
Le donne forti e organizzate della pièce sono contrapposte agli uomini effeminati e inefficaci, commento di Aristofane sullo stato dissoluto della politica ateniese. Come in «Lisistrata», il potere delle donne si esercita sia politicamente sia sessualmente.
Benché la pièce abbia tradizionalmente seguito nell’ombra pezzi come «Lisistrata» e «Tesmoforiazuse», è tecnicamente più rivoluzionaria di entrambe le precedenti, e a volte è considerata una sorta di anello mancante tra le tradizioni classiche della Commedia Antica e della Nuova (o almeno Media). L’azione procede spedita, soprattutto dato che il ruolo del Coro è ridotto quasi a nulla, sebbene verso la metà della pièce l’azione sembri bloccarsi, e l’umorismo cominci a basarsi troppo sulla ripetizione della stessa battuta di base. Curiosamente, Prassagora, la protagonista, dichiara a chiare lettere al verso 724 che, avendo lanciato il nuovo ordine sociale e raggiunto il suo sogno, sta ora lasciando la pièce. Benché le scene successive seguano dalla sua innovazione, non le controlla davvero, e si ha il senso che la pièce perda la strada e si sfaldi un poco.
La pièce contiene la parola più lunga del greco, traslitterata come «lopadotemachoselachogaleokranioleipsanodrimupotrimmatosilphioliparomelitoaktakexhumenokich-lepikossuphophattoperisteralektruonoptopiphallidokinklopeleioplagoosiraiobaphetragalopterugon», che traduce il nome di un piatto composto di ogni sorta di leccornie, pesce, carne, pollame e salse.
Risorse
- Traduzione inglese (Internet Classics Archive): https://classics.mit.edu/Aristophanes/eccles.html
- Versione greca con traduzione parola per parola (Perseus Project): https://www.perseus.tufts.edu/hopper/text.jsp?doc=Perseus:text:1999.01.0029













