Antigone
(Tragedia, greca, circa 442 a.C., 1.352 versi)
Introduzione — Chi scrisse Antigone
«Antigone» è una tragedia del drammaturgo greco antico Sofocle, scritta intorno al 442 a.C. Sebbene sia stata scritta prima delle altre due tragedie tebane di Sofocle, cronologicamente viene dopo le storie di «Edipo re» e «Edipo a Colono», e riprende dove termina «I sette contro Tebe» di Eschilo. Tratta della sepoltura di Polinice (Polyneices) da parte di Antigone, in sfida alle leggi di Creonte e dello stato, e delle ripercussioni tragiche del suo atto di disobbedienza civile.
Sinossi — Riassunto di Antigone
**L’azione di **«Antigone» segue la guerra civile tebana, in cui i due fratelli Eteocle e Polinice morirono combattendosi per il trono di Tebe dopo che Eteocle si era rifiutato di cedere la corona al fratello come aveva prescritto il padre Edipo. Creonte, il nuovo sovrano di Tebe, ha dichiarato che Eteocle deve essere onorato e Polinice disonorato lasciando il corpo insepolto sul campo di battaglia (una punizione dura e umiliante all’epoca).
All’inizio della tragedia Antigone giura di seppellire il corpo del fratello Polinice in sfida all’editto di Creonte, sebbene la sorella Ismene rifiuti di aiutarla, temendo la pena di morte. Creonte, con il sostegno del Coro degli anziani, ripete l’editto sulla disposizione del corpo di Polinice, ma una sentinella spaventata entra a riferire che Antigone ha di fatto sepolto il corpo del fratello.
Creonte, furioso per questa deliberata disobbedienza, interroga Antigone sulle sue azioni, ma lei non nega ciò che ha fatto e discute senza esitazione con Creonte sulla moralità del suo editto e sulla moralità delle sue azioni. Nonostante la sua innocenza, anche Ismene è convocata e interrogata e cerca di confessare falsamente il crimine, desiderando morire accanto alla sorella, ma Antigone insiste a caricarsi l’intera responsabilità.
Il figlio di Creonte, Emone, fidanzato di Antigone, giura fedeltà alla volontà del padre ma poi cerca gentilmente di persuaderlo a risparmiare Antigone. I due uomini presto si insultano amaramente e alla fine Emone se ne va di furia, giurando di non rivedere mai più Creonte.
Creonte decide di risparmiare Ismene ma ordina che Antigone sia sepolta viva in una caverna come punizione per le sue trasgressioni. È condotta fuori dalla casa, piangendo il suo destino ma ancora difendendo vigorosamente le sue azioni, e portata via alla tomba vivente, tra espressioni di grande dolore del Coro.
Il profeta cieco Tiresia avverte Creonte che gli dèi stanno dalla parte di Antigone, e che Creonte perderà un figlio per i crimini di aver lasciato Polinice insepolto e di aver punito Antigone così duramente. Tiresia avverte che tutta la Grecia lo disprezzerà e che le offerte sacrificali di Tebe non saranno accettate dagli dèi, ma Creonte lo liquida solo come un vecchio corrotto e sciocco.
Tuttavia il Coro terrorizzato prega Creonte di riconsiderare, e alla fine acconsente a seguire il loro consiglio e a liberare Antigone e seppellire Polinice. Creonte, scosso ora dagli avvertimenti del profeta e dalle implicazioni delle proprie azioni, è contrito e cerca di rimediare agli errori precedenti.
Ma un messaggero entra poi a riferire che, nella loro disperazione, sia Emone sia Antigone si sono tolti la vita. La moglie di Creonte, Euridice, è sconvolta dal dolore per la perdita del figlio e fugge dalla scena. Creonte stesso inizia a capire che le sue azioni hanno causato questi eventi. Un secondo messaggero porta poi la notizia che anche Euridice si è uccisa e, con l’ultimo respiro, ha maledetto il marito e la sua intransigenza.
Creonte ora si biasima per tutto ciò che è accaduto e si allontana barcollando, un uomo spezzato. L’ordine e il governo della legge che valuta tanto sono stati protetti, ma ha agito contro gli dèi e ha perso il figlio e la moglie di conseguenza. Il Coro chiude la tragedia con un tentativo di consolazione, dicendo che sebbene gli dèi puniscano i superbi, la punizione porta pure sapienza.
Analisi
Sebbene ambientata nella città-stato di Tebe circa una generazione prima della guerra di Troia (molti secoli prima dell’epoca di Sofocle), la tragedia fu in realtà scritta ad Atene durante il governo di Pericle. Era un tempo di grande fervore nazionale, e Sofocle stesso fu nominato uno dei dieci generali per condurre una spedizione militare contro l’isola di Samo poco dopo l’uscita della tragedia. Dato questo contesto, è sorprendente che l’opera non contenga alcuna propaganda politica o allusioni o riferimenti contemporanei ad Atene, e in effetti non tradisca alcun interesse patriottico.
Tutte le scene si svolgono davanti al palazzo reale di Tebe (conforme al principio drammatico tradizionale dell’unità di luogo) e gli eventi si svolgono in poco più di ventiquattr’ore. Un umore di incertezza predomina a Tebe nel periodo di calma inquieta dopo la guerra civile tebana e, mentre il dibattito tra le due figure centrali avanza, gli elementi di presagio e di rovina imminente predominano nell’atmosfera. La serie di morti alla fine della tragedia, tuttavia, lascia un’impressione finale di catarsi e di svuotamento di ogni emozione, con tutte le passioni esaurite.
Il carattere idealista di Antigone rischia coscientemente la vita con le sue azioni, preoccupata solo di obbedire alle leggi degli dèi e ai dettami della lealtà familiare e della decenza sociale. Creonte, d’altra parte, considera solo l’esigenza della convenienza politica e del potere fisico, sebbene anch’egli sia irremovibile nella sua posizione. Gran parte della tragedia sta nel fatto che la realizzazione della sua follia e sconsideratezza da parte di Creonte arriva troppo tardi, e paga un prezzo alto, lasciato solo nella sua miseria.
Il Coro degli anziani tebani della tragedia resta generalmente entro la morale generale e la scena immediata (come i Cori precedenti di Eschilo), ma si lascia pure a volte trasportare dall’occasione o dalla ragione iniziale del discorso (un’innovazione poi sviluppata ulteriormente da Euripide). Il personaggio della sentinella è pure insolito per l’epoca della tragedia, in quanto parla in un linguaggio più naturale, di classe inferiore, piuttosto che nella poesia stilizzata degli altri personaggi. È interessante che si menzionino pochissimo gli dèi per tutta la tragedia, e gli eventi tragici siano ritratti come risultato dell’errore umano, non dell’intervento divino.
Esplora temi come il controllo dello stato (il diritto dell’individuo a respingere l’ingerenza della società sulle libertà e gli obblighi personali); legge naturale vs. legge umana (Creonte sostiene l’obbedienza alle leggi umane, mentre Antigone sottolinea le leggi superiori del dovere verso gli dèi e la famiglia) e la questione correlata della disobbedienza civile (Antigone crede che la legge dello stato non sia assoluta e che la disobbedienza civile sia giustificata nei casi estremi); cittadinanza (l’editto di Creonte che Polinice resti insepolto suggerisce che il tradimento di Polinice nell’attaccare la città revochi di fatto la sua cittadinanza e i diritti che ne conseguono — «cittadinanza per legge» piuttosto che «cittadinanza per natura»); e famiglia (per Antigone, l’onore della famiglia pesa più dei doveri verso lo stato).
Molto dibattito critico si è concentrato sul perché Antigone sentisse un bisogno così forte di seppellire Polinice una seconda volta nella tragedia, quando la prima spargimento di polvere sul corpo del fratello avrebbe adempiuto i suoi obblighi religiosi. Alcuni hanno sostenuto che fosse solo una convenienza drammatica di Sofocle, mentre altri mantengono che fosse risultato dello stato distratto e dell’ossessività di Antigone.
A metà del XX secolo, il francese Jean Anouilh scrisse una versione molto apprezzata della tragedia, pure intitolata «Antigone», deliberatamente ambigua quanto al rifiuto o all’accettazione dell’autorità, come si addiceva alla sua produzione nella Francia occupata sotto la censura nazista.
Risorse
- Traduzione inglese di R. C. Jebb (Internet Classics Archive)
- Versione greca con traduzione parola per parola (Progetto Perseus)




