Seneca il Giovane
(Drammaturgo tragico, romano, ca. 4 a.C. – 65 d.C.)
Introduzione
Seneca il Giovane fu filosofo, uomo di Stato e drammaturgo romano dell’età d’argento della letteratura latina. Benché generalmente considerate inferiori alle corrispondenti tragedie greche, le sue tragedie (essenzialmente gli unici esemplari sopravvissuti di dramma tragico latino) ebbero una profonda influenza sullo sviluppo della forma tragica in epoche successive, in particolare nell’età di Racine e Shakespeare.
Biografia
Lucio Anneo Seneca (spesso noto semplicemente come Seneca, o come Seneca il Giovane per distinguerlo dal padre, anch’egli chiamato Lucio Anneo Seneca) nacque intorno al 4 a.C. a Corduba in Hispania (l’odierna Córdoba, Spagna). Da bambino si trasferì a Roma, dove fu formato in retorica e filosofia stoica e neopitagorica. La costituzione era delicata e la salute scarsa, e fu curato per alcuni anni dalla zia, che lo aiutò pure nella campagna per la prima magistratura nel 31 d.C.
Quando l’instabile Caligola divenne imperatore nel 38 d.C., ci fu un grave conflitto di qualche tipo tra lui e Seneca, forse per gelosia del notevole dono oratorio di Seneca, e Seneca sfuggì per poco all’esecuzione. Ebbe più problemi con l’imperatore Claudio, che successe a Caligola nel 41 d.C. e, su istigazione della moglie di Claudio Messalina, Seneca fu bandito sull’isola di Corsica con un’accusa inventata di adulterio. La seconda moglie di Claudio, Agrippina, però, lo fece richiamare a Roma nel 49 d.C. per istruire il figlio Nerone, allora dodicenne.
Alla morte di Claudio nel 54 d.C., Nerone divenne imperatore, e Seneca (insieme al prefetto del pretorio Sesto Afranio Burro) agì da consigliere di Nerone dal 54 al 62 d.C., esercitando un’influenza calmante sul giovane imperatore testardo, accumulando al contempo grandi ricchezze. Col tempo, però, Seneca e Burro persero influenza su Nerone e, dopo la morte di Burro nel 62 d.C., Seneca si ritirò e dedicò il tempo allo studio e alla scrittura.
Nel 65 d.C. Seneca fu coinvolto nelle conseguenze della congiura di Gaio Calpurnio Pisone per uccidere Nerone (come pure il nipote di Seneca, Lucano) e, sebbene sia improbabile che fosse davvero coinvolto nel complotto, Nerone gli ordinò di uccidersi. Seguendo la tradizione, si tagliò diverse vene per dissanguarsi, sebbene anche l’immersione in un bagno caldo e del veleno aggiuntivo non accelerassero una morte lunga e dolorosa. La moglie, Pompeia Paolina, cercò di suicidarsi con lui ma ne fu impedita.
Scritti
La tendenza di Seneca a relazioni illecite con donne sposate nonostante il lungo matrimonio, e la propensione piuttosto non-stoica all’ipocrisia e all’adulazione, hanno un po’ macchiato la reputazione, ma resta uno dei pochi filosofi romani popolari del periodo e, anche se l’opera non era particolarmente originale, fu importante nel rendere i filosofi greci presentabili e intelligibili.
Oltre ai saggi filosofici e a oltre cento lettere su questioni morali, le opere di Seneca includono otto tragedie, «Troades» («Le Troiane»), «Edipo», «Medea», «Hercules Furens» («Ercole furioso»), «Phoenissae» («Le Fenicie»), «Fedra», «Agamennone» e «Tieste», nonché una satira chiamata «Apocolocyntosis» (di solito tradotta come «La zucca-ificazione di Claudio»). Due altre tragedie, «Hercules Oetaeus» («Ercole sull’Eta») e «Ottavia», assomigliano strettamente allo stile di Seneca, ma furono probabilmente scritte da un seguace.
«Edipo» è adattato dall’originale di Sofocle, «Agamennone» da Eschilo, e la maggior parte delle altre dai drammi di Euripide. «Tieste», però, una delle poche tragedie di Seneca che non segue in modo ovvio un originale greco, è spesso considerata il suo capolavoro. Nonostante l’appropriazione dei classici greci antichi, Seneca non si lasciò mai vincolare dai testi originali, scartando e riorganizzando liberamente le scene e usando solo il materiale che trovava utile. L’influenza poetica di Virgilio e Ovidio è apparente quanto quella dei vecchi modelli greci.
Le opere drammatiche impiegano in genere uno stile retorico marcato (alcuni direbbero eccessivo), e di solito contengono i temi tradizionali della filosofia stoica. Non è chiaro se le tragedie di Seneca (più brevi dei vecchi drammi attici, ma divise in cinque atti e non tre, e spesso mostrando una netta mancanza di attenzione ai requisiti fisici del palcoscenico) fossero scritte per la rappresentazione o solo per la recitazione privata. Le commedie popolari del suo tempo erano generalmente grossolane e indecenti, e non c’era davvero un palcoscenico pubblico aperto alle tragedie, che comunque avrebbero avuto poche chance di successo o popolarità.
Seneca è ben noto per le scene di violenza e orrore (deliberatamente evitate nella tradizione greca antica), come dove Giocasta si squarcia il ventre in «Edipo» o dove i corpi dei bambini sono serviti a un banchetto in «Tieste». Il fascino per magia, morte e soprannaturale sarebbe imitato, molti secoli dopo, da molti drammaturghi elisabettiani. Un’altra innovazione di Seneca è l’uso di monologhi e a parte, che si sarebbe pure rivelato integrale all’evoluzione del dramma rinascimentale.













