Orazio
(Poeta lirico e satirico, romano, 65 – 8 a.C.)
Introduzione
Orazio fu, insieme a Virgilio, il poeta romano principale al tempo dell’imperatore Augusto. È considerato dai classicisti uno dei più grandi e più originali poeti lirici latini, apprezzato per la maestria tecnica, il controllo e la rifinitura, e il tono maturo e civile. Oltre alla poesia lirica o d’amore, scrisse molte satire pungenti e inni.
Biografia
Quintus Horatius Flaccus (noto come Orazio nel mondo anglofono e italiano) nacque nel 65 a.C. a Venosa nell’Italia meridionale, figlio di uno schiavo liberato che possedeva una piccola fattoria e lavorava pure come esattore delle tasse. Si trasferì in seguito a Roma, dove il padre poté fornirgli una buona educazione, prima a Roma e poi ad Atene, dove studiò greco e filosofia.
Dopo l’assassinio di Giulio Cesare nel 44 a.C., Orazio si unì all’esercito, servendo sotto il comando di Bruto e combattendo come ufficiale di stato maggiore nella battaglia di Filippi. Tornò in Italia nel 39 a.C., quando fu dichiarata un’amnistia per chi aveva combattuto contro il vittorioso Ottaviano (in seguito chiamato Augusto), solo per scoprire che la proprietà del padre era stata confiscata. Sebbene Orazio sostenesse di essere stato ridotto in povertà, ebbe comunque i mezzi per acquistare un incarico a vita redditizio come scriba e ufficiale del Tesoro, che gli permise di vivere comodamente e praticare la sua arte poetica.
Il giovane Orazio attirò l’attenzione di Virgilio, e presto divenne membro di un circolo letterario che includeva Virgilio e Lucio Vario Rufo. Attraverso di loro, divenne amico intimo di Mecenate (a sua volta amico e confidente di Augusto), che divenne il suo patrono e gli presentò una proprietà sui Colli Sabini vicino alla alla moda Tibur. Ebbe l’audacia di rifiutare l’offerta di Augusto di una posizione come segretario personale, sebbene non sembri aver perso alcun favore con l’imperatore per questo. È descritto come basso e grasso e precocemente grigio. Sebbene non si sia mai sposato, aveva una tendenza edonistica e condusse comunque una vita sessuale attiva, e apparentemente era dedito a immagini oscene.
Morì a Roma nell’8 a.C., all’età di 57 anni, lasciando la proprietà all’imperatore Augusto, in assenza di eredi propri. Fu sepolto vicino alla tomba del suo amico e patrono Mecenate.
Scritti
Le opere sopravvissute di Orazio includono due libri di satire, un libro di epodi, quattro libri di odi, tre libri di lettere o epistole, e un inno. Come la maggior parte dei poeti latini, le sue opere usano metri greci, in particolare l’esametro e le stanze alcaiche e saffiche.
I «sermones» o satire sono le sue opere più personali, e forse le più accessibili ai lettori contemporanei poiché gran parte della sua satira sociale è altrettanto applicabile oggi come allora. Furono le prime opere pubblicate di Orazio (il primo libro di dieci satire nel 33 a.C. e il secondo libro di otto nel 30 a.C.), e lo stabilirono come uno dei grandi talenti poetici dell’età augustea. Le satire esaltano gli ideali epicurei di autosufficienza interiore e moderazione e la ricerca di una vita felice e contenta. A differenza delle satire sfrenate e spesso vituperative di Lucilio, però, Orazio discusse con gentile ironia di difetti e debolezze che tutti possiedono e dovrebbero affrontare.
I «carmina» o odi, pubblicati nel 23 a.C. e nel 13 a.C., sono le sue opere più ammirate, però, e furono sviluppati come imitazione consapevole della breve poesia lirica degli originali greci di Pindaro, Saffo e Alceo, adattati alla lingua latina. Sono poesie liriche che trattano i soggetti dell’amicizia, dell’amore e della pratica della poesia. Gli epodi, in realtà pubblicati prima delle odi, nel 30 a.C., rappresentavano una nuova forma di verso per la letteratura latina di allora.
Dopo il 23 a.C., gli interessi di Orazio tornarono al modo discorsivo delle satire precedenti e esplorò le possibilità di saggi morali poetici, scritti in esametro ma in forma di lettere, pubblicando 20 brevi epistole nel 20 a.C. Una di esse, l’«Ars Poetica» («L’arte della poesia»), di solito è riferita come opera separata, e delinea una teoria della poesia. Il «Carmen Saeculare» («Canto dei secoli») è un inno commissionato dall’imperatore Augusto per i Giochi secolari del 17 a.C., che propone il ripristino delle tradizioni di glorificazione degli dèi Giove, Diana e Venere.
Molte frasi latine coniate nei suoi poemi restano in uso oggi, come «carpe diem» («cogli l’attimo»), «dulce et decorum est pro patria mori» («è dolce e conveniente morire per la patria»), «nunc est bibendum» («ora bisogna bere»), «sapere aude» («osa essere saggio») e «aurea mediocritas» («giusta misura»).













