Analizzare i paragoni nell'Odissea
I paragoni nell’Odissea diedero percezione e profondità sia al classico greco sia ai monologhi dei nostri amati personaggi.
Aiutarono a plasmare il classico che conosciamo oggi. Un paragone (o similitudine) è una figura retorica in cui due cose diverse vengono confrontate.
Come i paragoni plasmarono l’Odissea
Omero usa i paragoni per creare una descrizione migliore e amplificata di azioni specifiche nell’Odissea, dando al pubblico l’impatto necessario per comprendere. I confronti di ogni similitudine sono diretti e permettono al pubblico di cogliere l’idea formulata dall’autore.
Senza di essi, l’opera apparirebbe piatta e mancherebbe dei temi ricorrenti di cui il pubblico gode ancora oggi. I paragoni epici nell’Odissea si possono vedere quando Odisseo racconta la sua avventura ai Feaci.
Utilizza molteplici paragoni per creare profondità e percezione, permettendo ai Feaci di sperimentare e sentire il viaggio di Odisseo come se fossero lì con lui, guadagnandosi la loro simpatia e il loro aiuto.
Elenco dei paragoni epici nell’Odissea
I paragoni si trovano in tutta l’Odissea. Alcuni si vedono nella battaglia del ciclope, altri sull’isola dei Lestrigoni, e alcuni nella disperazione di Penelope, la moglie di Odisseo, mentre lotta per contenere i pretendenti che vogliono la sua mano in matrimonio.
Le similitudini sparse nell’opera fungono da guida, un modo per il pubblico di visualizzare i racconti di Odisseo e comprendere il problematico viaggio che aveva affrontato. Ciò ci dà, come pubblico, un modo per riconoscere ulteriormente i meriti del nostro eroe e quanto forte sia il suo carattere nel complesso.
Odisseo racconta la sua storia ai Feaci
Mentre Odisseo racconta i suoi viaggi ai Feaci, parla dellabattaglia con Polifemo. Afferma: «Vi posai sopra il mio peso e lo conficcai dentro come un carpentiere navale fora la trave con il trapano del carpentiere, mentre gli uomini sotto, facendo scorrere avanti e indietro la cinghia, lo fanno girare e il trapano continua a torcersi, senza mai fermarsi. Così afferrammo il nostro palo con la punta infuocata e lo foravamo in giro e in giro nell’occhio del gigante.»
Questasimilitudine omerica** nell’Odissea **descrive la sua battaglia con il gigante, paragonandola a un carpentiere navale. Possiamo desumere che Odisseo usò questo esempio per dare ai Feaci un’immagine migliore di come si svolse l’azione. Il paragone fu usato per creare una percezione distinta che il pubblico, i Feaci, potesse usare per visualizzare la battaglia stessa.
Poi continua la storia e dice: «come un fabbro immerge un’ascia o una scure incandescente in un bagno gelido e il metallo sibila di vapore e la sua tempera si indurisce - quella è la forza del ferro - così l’occhio del Ciclope sfrigola intorno a quel palo.» Ciò può essere notato come linguaggio figurato nell’Odissea. Odisseo paragona il sibilo dell’occhio del Ciclope a quello del metallo rovente immerso in un secchio d’acqua fredda.
Poi parla dei Lestrigoni, a proposito dei quali afferma: «Infilzarono gli equipaggi come pesci e li portarono via a casa per preparare il loro orribile pasto», trasmettendo quanto fosse normale e familiare torturare e brutalizzare gli esseri umani sulla strana isola.
I Lestrigoni erano considerati mostri spietati, che cacciavano i suoi uomini a destra e a manca per cena. Continua i suoi racconti fino alle avventure nell’Ade.
Odisseo nel viaggio nell’Ade
Alcuni paragoni si possono vedere durante ilviaggio di Odisseo nell’Ade** per cercare Tiresia**. Circe lo istruì a evocare il suo spirito sacrificando una pecora e versandone il sangue in una fossa. Le anime hanno affinità con il sangue, e farlo avrebbe attirato le anime alla sua fossa e tenuto lontani gli spiriti fino all’arrivo di Tiresia.
Come lo descrive: «Qui lentamente venne un grande schieramento di donne, tutte inviatemi ora dall’augusta Persefone, e tutte erano un tempo mogli e figlie di principi. Sciamavano in uno stormo intorno al sangue scuro.»
Sebbene considerato una delle metafore nell’Odissea, Odisseo paragona le donne a uno stormo - evidentemente meno umane perché hanno perso un aspetto essenziale di sé stesse nella morte.
Paragoni omerici nel viaggio
In uno stato di tormento prima del ritorno di Odisseo, Penelope fu descritta come «La sua mente in tormento, che ruota come un leone all’angolo, temendo le bande di cacciatori che chiudono il loro anello scaltro intorno a lui per la fine.» Penelope esprime la sua impotenza in questa clausola paragonando i pretendenti a cacciatori e se stessa a un leone intrappolato, l’animale più nobile di tutti, ironicamente intrappolato dalla sua preda.
Un altro linguaggio figurato nell’Odissea è quello della battaglia dei pretendenti. Fu descritto come: «Debole come la daina che adagia i suoi cerbiatti nella tana di un leone possente - i suoi neonati lattanti - poi si allontana verso le creste delle montagne e le curve erbose per pascolare a sazietà, ma il leone torna alla sua tana, e il padrone infligge a entrambi i cerbiatti una morte orrenda e sanguinosa, proprio ciò che Odisseo infliggerà a quella folla - una morte orrenda.»
Notando come Odisseo sia paragonato a un leone e i cerbiatti ai pretendenti. I pretendenti devono ricevere una lezione preziosa: entrare nella tana del leone senza permesso, bramando la moglie di un altro.
E infine, l’ultimo paragone omerico nell’Odissea si vede nell’ultima fase dell’opera.
«Dopo il massacro nel palazzo, Odisseo paragona le pile dei corpi morti a una pesca del pescatore. Dice: “Pensate a una pesca che i pescatori tirano in una baia a mezzaluna in una rete a maglie fitte dalle bianche creste del mare: come tutti sono rovesciati sulla sabbia, in spasmi per il mare salato, che contraggono le loro fredde vite via nell’aria infuocata di Elio: così giacevano i pretendenti ammassati l’uno sull’altro.”» Ciò permette di evocare immagini di putrefazione e decadimento.
Conclusione
Abbiamo discusso i principali paragoni nell’Odissea e come abbiano plasmato l’opera.
Ripassiamo alcuni dei punti critici di questo articolo:
- Un paragone è il confronto di due cose diverse collegate da «come» o «quale» per denotare il confronto.
- I paragoni sono fatti per creare una profondità maggiore, aiutando il pubblico a comprendere ciò che l’autore vuole esprimere e la portata della sua espressione.
- Senza i paragoni, il pubblico potrebbe non essere in grado di cogliere e comprendere la profondità delle prove e delle tribolazioni di ciascun personaggio.
- Quando Odisseo racconta il suo viaggio ai Feaci, inizia con la battaglia contro Polifemo. Paragona la lotta a quella di un carpentiere navale.
- Sull’isola dei Lestrigoni, Odisseo li descrisse come spietati, arrivando a raccontare le morti orribili che i suoi uomini dovettero affrontare e come lui e i suoi uomini fossero cacciati come maiali per la cena.
- Nel suo viaggio nell’Ade, Odisseo descrive il suo incontro con gli spiriti, paragonandoli a uno stormo - avendo perso parte della loro umanità nella morte, le anime che ha incontrato sciamano verso di lui come un’oca in cerca di riposo.
- I paragoni furono fatti per descrivere il senso di disperazione di Penelope - come quello di un leone intrappolato preda dei cacciatori.
- L’ultimo paragone confrontava i corpi dei pretendenti morti a una pesca del pescatore e come i loro corpi ammassati fossero in quantità pari a quella dei pesci.
In conclusione, i paragoni creano una percezione più ampia di ciò che è scritto; le similitudini omeriche influenzano l’Odissea in modo che il pubblico possa cogliere il quadro più ampio dipinto dall’illustratore.
Odisseo utilizza questo metodo per guadagnarsi la simpatia dei Feaci. Alla fine, attraverso la narrazione di Odisseo, i Feaci scortano in salvo il nostro eroe a casa, dove salva sia la sua famiglia sia la sua patria.













